lunedì 16 giugno 2008

Del Maudit e di tradimenti vari - vol #2


Lo sappiamo, è passato quasi un anno dall'ultimo post. Ma cosa volete farci, Forlì è così, non succede nulla per mesi, per anni, poi - improvvisamente - continua a non succedere nulla.
Così è rimasto nell'oblio delle notti elettriche, quest'atteso secondo capitolo della telenovela più amata dai giovani forlivesi (universitari e no) della vecchia guardia (ché i nuovi sanno ancora poco). Ce ne scusiamo soprattutto con il Crucco.
Ma basta con le ciance, e finalmente torniamo al punto. Ci chiedevamo, alla fine dello scorso post, come mai al Comune non sia venuto in mente di legittimare una scelta come quello di uno spazio sociale. Già, perché?

Semplicemente perché non aveva alcun interesse a farlo. La progressione, in tal senso, è fin troppo evidente. Ottenuti i soldi, appropriatosi del progetto, cambiata l'amministrazione (oddio, cambiata è una parola grossa... diciamo che a Forlì vige il turn over), esclusi deliberatamente gli aspetti relativi all'apertura e all'autogestione, addirittura modificata la Legge 21 (legge Borghi - ex Verde, ora nel Pd), il Comune ha svuotato di senso il progetto, ne ha fatto uno spazio a cui si potrà accedere solo attraverso associazioni e progettualità preventivamente approvate (in realtà sembra che tutto sia già stato "appaltato", a persone, per quanto competenti, molto molto vicine agli assessori di riferimento), o comunque gradite e controllate.
Di un progetto, di uno spazio aperto alla cittadinanza, che si ponesse fuori dalle logiche commerciali o tipicamente associazionistiche di questa città, autenticamente sociale, non è rimasto nulla.
E' rimasto un progetto (inteso in senso cartaceo) redatto dal gruppo del Maudit, con tanto di studio di ristrutturazione (in parte accolto e applicato) e di costo, un progetto grazie al quale si sono ottenuti fondi per 750.000 euro (e poi, se non ricordo male, altri 250.000), da cui poi gli ideatori e promotori del progetto stesso sono stati esclusi. Ideatori e promotori che si erano assunti responsabilità, che avevano dato disponibilità, che aveva creato una modalità (auto)gestionale condivisa anche dal Comune, che avevano in parte riempito di attività aperte, e soprattutto di valori condivisi, uno spazio di cui a Forlì continua a sentirsi la mancanza.
Molti mi hanno detto: avete fatto male a fidarvi del Comune. E' vero, devo dire. Perché, sapete, a Forlì funziona così, sembra che tu non ti possa fidare degli amminisitratori per tanti anni, poi - improvvisamente - continui a non poterti fidare degli amministratori.

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giovedì 18 ottobre 2007

Del Maudit e di tradimenti vari - vol#1


Questa città, Forlì, è fatta così. E questa che vado a raccontare è una sua storia.
Nel 2003, era di marzo, un gruppo di ragazzi occupò uno stabile fatiscente, poco fuori dal centro storico di questa ridente cittadina. Lo chiamò Maudit, Municipio AUtonomo DI Tutti, giocando, ovviamente, con il senso francese della parola. Fu un evento straordinario, quello, che coinvolse tutta la città, sia in positivo, per le centinaia di giovani che lo frequentavano, dando vita a laboratori e varie attività culturali, che in negativo, per la reazione becera delle destre, con in testa i neofascisti di Forza Nuova, dell'amministrazione di centro-sinistra, provinciale anche nel gestire l'evento, e di una parte della sinistra extra-parlamentare, che si sentì defraudata da un lato e dall'altro tacciò di dilettantismo i ragazzi. L'occupazione andò avanti per un paio di settimane, incassando la solidarietà di vicini di casa, Cgil, Arci e altre associazioni impegnate nel sociale; poi gli ospiti dello stabile, nel frattempo rimesso in sesto, decisero di uscire dalla cosiddetta "illegalità", per aprire una trattativa con le istituzioni, fino a quel momento impraticabile a causa della condizione illecita degli occupanti. Qualcuno pianse, aspettando la pioggia per non essere da solo. Ma non è questo il punto.

Il punto è che una volta usciti, il Maudit aprì una lunga trattativa con il sindaco e gli assessori, giungendo ad un accordo, sottoscritto dal primo cittadino e dai portavoce del centro sociale, che stabiliva la necessità di creare uno spazio sociale che fosse fuori dalle logiche commerciali da riviera che imperano in questa città, e da quelle clientelari da associazionismo spiccio e spicciolo che sono un altro grande trauma di Forlì, città borghese ed apparentemente pulita e ordinata.
Per farla breve: la cosa si spinse talmente avanti che, dopo aver individuato il posto, qualcuno del Maudit suggerì agli amministratori, agli assessori di riferimento, di chiedere i finanziamenti della Legge regionale 21, meglio conosciuta come Legge Borghi, tale da accordare fondi utilizzabili per la ristrutturazione di immobili in cui fosse previsto uno spazio autogestito. Questo perché gli amministratori non conoscevano la Legge 21. Non solo: il gruppo, con tanto di architetti, ingegneri e altri amici, stese un progetto completo, con studi, piante e contenuti dello spazio. Il progetto venne poi presentato a Bologna, con lievi e inutili modifiche degli ultra-pagati consulenti del Comune, e ottenne il finanziamento.
Solo che delibera dopo delibera - una volta ottenuti i soldi (circa 750.000 €), suscitato il malcontento della cittadinanza, aver prestato il fianco alle folkloristiche rimostranze della destra estrema e di quella più semplicemente stupida - il nome, il ruolo e lo spazio autogestito progressivamente andavano scomparendo. Di fronte alle proteste dei ragazzi, l'amministrazione rispondeva che erano passaggi necessari, per un iter burocratico accettabile, e per non suscitare ulteriori polemiche con l'opposizione. Non veniva in mente, agli illuminati amministratori, che alle polemiche si risponde con una spiegazione legittima e legittimata. O meglio: non avevano interesse a farselo venire in mente.

E nella prossima puntata scopriremo il perché.

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venerdì 12 ottobre 2007

Di nuovo Grillo e il termine della notte


Ripensando a Ferrara e al leaderismo dell'America latina ho deciso di tornare su Grillo e su quello che non mi convince, poco come dicevo, di ciò che va facendo. Da più parti Grillo viene indicato come il portavoce dell'anti-politica. Io credo che tale affermazione non sia per nulla esatta, e sia stata inventata dai tanti politici di professione con un chiaro intento delegittimante, in particolare da quelli del centro-sinistra, che con l'arrivo del Beppe nazionale si trovano con un giochino, il Partito Democratico (Cristiano?), che rischia di rompersi ancora prima di essere costruito.
L'anti-politica, scusate, è un'altra cosa. È più propriamente, in termini deteriori, quella di Bossi, ed è stata anche quella di Berlusconi. Solitamente è populista e qualunquista, due termini il cui significato è evidentemente ignorato dai più, tra classe politica e media. Perché Grillo non è né populista né qualunquista. Semplicemente intercetta un malessere diffuso e presente nella società, e lo esprime in base alle sue corde. Ma il problema di Grillo è proprio questo: che non vuole abolire il potere, lo vuole ripulire e riformare. E questo è il vero limite.

Innanzitutto perché il potere non si può ripulire, è in se stesso sporco. Non esistono poteri buoni, è il potere in sé ad essere corrotto e corruttore, al di là di chi lo esercita. È nella natura stessa del potere farlo. Non sarebbe potere, altrimenti. "La ginnastica d'obbedienza" di secoli di pseudo-democrazia ha annacquato l'immagine esterna di questa natura, rendendoci proni ad una realtà che appare come naturale: ossia che esista e debba esistere un potere (o un'economia di sfruttamento, cose poi non così separate).
Grillo parla di democrazia partecipata. Noi (e per noi intendo tante cose: chi viene da Seattle, chi ha un fazzoletto rosso e nero, e anche chi ha creduto alle fandonie di Porto Alegre) ne parliamo da sempre. Dicendo una cosa, però: che la democrazia o è partecipata o non è democrazia. Di conseguenza quella rappresentativa, parlamentare ed elettiva è una falsa democrazia. Grillo non vuole esasperare questa alienazione di libertà, tutt'altro: ritiene che sia solo una questione di gestione del potere. Non per niente sta promuovendo le liste civiche per le elezioni amministrative. Vuole scardinare il sistema dei partiti, delegittimandoli (giustamente) per una cattiva gestione del potere, viziata da interessi clientelari e privati, ma non vuole superare le istituzioni. Non si accorge, secondo me, che questa democrazia è agonizzante in se stessa, per la sua abissale distanza dalla società civile. Non si accorge che muoversi dal basso significa altro, non incorporare e irregimentare la società in fasi di rappresentanza che non hanno più alcuna sostanza reale. Il parallelo è quello del secondino e del carcerato nella canzone di De André, dove il bombarolo spiega che di respirare la stessa aria di un piantone non ha voglia. Accettare la base di queste regole democratiche è esattamente la stessa cosa.
Detto ciò sia chiara una cosa: quello che Grillo sta facendo è entusiasmante, per molti aspetti. Anche solo perché cerca di inceppare un sistema che si ritiene naturalmente infallibile e inarrestabile, e il discutere una casta che si vede intoccabile ed eterna.
Però c'è un'altra cosa che non mi convince: il leaderismo (e così il cerchio è chiuso). Al di là del fatto che Grillo volontariamente si ponga o meno come tale, cioè come leader, esiste un problema. Che è quello dell'ipse dixit. Siamo ad un punto per cui se lo dice Beppe allora è giusto, se lo dice Beppe allora è vero. Il rischio è quello, anche qui, di sostituirsi all'ipse dixit confessionale del partito e di mandare di nuovo a puttane la capacità critica individuale. Senza contare che il richiamo dell'uomo forte è piuttosto pressante, da questa parti - e per queste parti intendo l'Italia - da un po' di tempo a questa parte. Di nuovo, questo contraddice il concetto di iniziativa dal basso. Credo, ma posso sbagliarmi, che Grillo dovrebbe riflettere su questa preoccupante possibilità. Ciò non toglie che questa tendenza altro non sia che un'altra spia della crisi in cui versa la democrazia rappresentativa. L'occasione è ghiotta, perché il potere è nudo, ma non bisogna sostituirlo con un altro potere. Così rispondo anche a Guido che raccomandava in risposta al primo post di unirsi, per cambiare.
Era stato fatto, c'eravamo tutti, senza capi, senza confessioni e senza padroni. Ma non è andata bene. Se il farlo ora, riproponendo elementi che noi spendiamo da anni, significa trovarne di nuovi, di padroni, allora non ci sto.
E un'altra domanda mi viene spontanea: ma tutti quelli che adesso firmano leggi e vanno in piazza, che si dicono disgustati dal potere, dov'erano quando a noi sparavano in faccia proprio perché contestavamo questo potere? Non ho sentito scuse di sorta, né mi piace la spirale del "ve l'avevamo detto", però una cosa emerge alla mente, prepotente, ed è sempre nelle parole di De André: "per quanto voi vi crediate assolti siete per sempre coinvolti".

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mercoledì 10 ottobre 2007

Di ritorno da Ferrara


L'assenza di questi ultimi giorni è stata dovuta anche al soggiorno ferrarese per il festival di Internazionale. Un festival che non ha tradito le attese, ma che ha tradito molti dei partecipanti, tutti quelli che non sono riusciti ad entrare alle conferenze a causa della capienza inadeguata delle sale in cui il festival si è tenuto. Nulla di male, anzi: un segnale positivo e inaspettato. Solo peccato e solo speriamo che l'anno prossimo sia meglio.
Siamo però riusciti a sentire la conferenza sull'America latina e quella di Amira Hass. E su queste volevo un po' riflettere.

Mino Carta, direttore del settimanale brasiliano Carta Capital, Cristina Marcano, giornalista del quotidiano venezuelano El Nacional, e Ugo Pipitone, economista messicano, hanno riflettuto sullo stato della sinistra latino-americana, con particolare riferimento a Lula e Chavez, tracciando un quadro francamente disperante. Questi due fari del socialismo mondiale si sono rivelati, nelle loro parole, un asservito ai poteri forti, il primo, e un liberticida, l'altro. Nulla di particolarmente nuovo, in realtà, ma una cosa più interessante è emersa, ossia il fatto che se in Europa i nostri -ismi sono tutti derivati da sostantivi, laggiù i loro -ismi sono, solitamente, preceduti da un nome proprio, sia esso quello di un Peron, di un Guevara o di un Bolivar. Eccolo, si è detto, il leaderismo. Lo stesso Carta ha detto che il problema del Brasile è che Lula non è il leader giusto, e si è continuato affermando che le dinamiche politiche di tutto il (sub)continente sono legate a figure precise, raramente a movimenti. Interessante e indubbiamente vero.
Ma sorge allora una riflessione: esiste nell'America latina un movimento, forte e radicato, che fa della smitizzazione del leader uno dei suoi punti cardine.
Parlo, ovviamente, degli zapatisti, i quali, mi si potrà obiettare, prendono il nome da uno dei padri della rivoluzione messicana. Vero, com'è vero che il Messico, in questo quadro, è eccentrico, poiché è forse il solo paese della zona che viene ricordato per il partito che è al potere da decenni (il Pri) e non per le figure leaderistiche. Gli zapatisti rigettano (rigettavano?) il culto della personalità, e restituiscono (restituivano?) al popolo il potere che gli spetta, credendolo in grado di decidere per sé e dal basso. Mi pare un fenomeno pressoché inedito, anche in tal senso, per l'America latina ("e allora Marcos?" potrebbe dire qualcuno; Marcos è un sub-comandante, perché il comandante è il popolo, e se ricordate porta un passamontagna anche perché il culto del leader si infranga su un muro di migliaia di Marcos). Tanto inedito quanto, purtroppo, trascurato, anche dai bravissimi relatori dell'incontro. Peccato.
P.S. Di Amira Hass parlerò più avanti, ché lì ce n'è ancora di più da dire...

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mercoledì 26 settembre 2007

Di indulto, Grillo, carcere e altre debolezze


Torno un po', rapidamente, su alcune delle dichiarazioni che hanno segnato le ultime uscite di Grillo, in particolare su quelle che meno mi hanno convinto (poche, per la verità). E lo farò raccontando una storia, tra incisi sparsi qua e là.

In particolare vorrei raccontarvi dell'indulto, partendo dalla storia di un provvedimento che veniva richiesto a gran voce da più parti della società civile e, addirittura, veniva proposto in parlamento, con applausi scroscianti ed ovazioni da parte di ogni parte politica (in uno degli episodi di servilismo tra i più bassi della storia repubblicana), anche dal Papa. Solo la destra più forcaiola continuava ad opporsi all'ipotesi di un'amnistia/indulto, ma con sempre meno convinzione.

Personalmente sono convinto che le carceri debbano essere abolite, che vada scarcerata la società civile, che il sistema carcerario in assoluto (non, per dire, come quello italiano o come quello belga) abbia dimostrato, e dimostri quotidianamente, il suo tragico fallimento e la sua barbara disumanità. Senza voler riesumare la desueta (per quanto attuale e condivisibile) analisi in base alla quale chi devia lo fa per una serie di ragioni raramente imputabili alla cattiveria innata, sarebbe sufficiente pensare, limitandosi alle giustificazioni liberali e borghesi di un'abolizione del carcere, a tutto quel ventaglio di studi sociologici in cui si è dimostrato che la stragrande maggioranza dei reclusi diviene "patologicamente" ed endemicamente un delinquente all'interno del carcere, oppure alla percentuale di recidività che si riscontra nella nostra società, imputabile ad un sistema che di recuperare il cosiddetto deviante non fa né una priorità né una necessità né uno scopo, quando, almeno stando al buon Beccaria, la pena dovrebbe essere recuperativa e non solo e non tanto punitiva. Per non parlare della quantità di detenuti che affollano le nostre carceri, in un quadro che finisce per realizzare una vera e propria incarcerazione della società, aprendo la via a preoccupanti derive repressive, come se, d'improvviso, una gran parte di persone fosse divenuta geneticamente predisposta al "male".

Dunque, convinto di tutto ciò, ho ascoltato con apprensione gli strali di Grillo sull'indulto mastelliano, e così ho voluto approfondire. Premetto che, ai tempi, era forte, da parte mia, la convinzione che un indulto lasciato nelle mani di un qualsiasi parlamento e di un Ministro come Mastella si sarebbe rivelato fallimentare (in termini qualitativi e quantitativi), sapevo che la casta ne avrebbe approfittato per i propri interessi, ma le conseguenze di queste convinzioni lasciavano, per il momento, spazio alla necessità di un provvedimento.

Incontratomi quindi con uno dei responsabili del "movimento" di Grillo qui a Forlì, mi veniva spiegato che il comico genovese è così critico nei confronti dell'indulto per la leggerezza con cui tale provvedimento è stato assunto, in una società impreparata ad accoglierne gli effetti.

Non posso che trovarmi d'accordo con tutto ciò, ma una cosa non mi convince. La società italiana non è pronta ad accogliere gli ex detenuti in nessun caso, neppure se vengono scarcerati a fine pena. Il problema, quindi, mi viene da pensare che sia meramente quantitativo, per Grillo. Ma non sarebbe allora meglio lottare, come fanno i compagni di GiùMuraGiùBox, perché il problema venga risolto a monte, ossia con l'abolizione del sistema carcerario? Tale necessità è inoltre, dal mio punto di vista, strettamente connessa al problema del potere e della sua legittimità, e, di conseguenza, alla necessità della sua assenza. Come è connessa alla necessità di una giustizia sociale che sia tale ed effettiva. Questo mi sembrerebbe importante portare all'attenzione di più persone possibile, non solo le devastanti opere di Mastella.
Attendere che si costruissero le strutture (morali e sociali) per accogliere i beneficiari dell'indulto, avrebbe significato non fare alcun indulto. Dico ciò, sia chiaro, pur restando fortemente critico sulle modalità (interessate, inopportune, incompetenti) e le tempistiche mastelliane di tale provvedimento. Mi verrebbe comunque da dire, meglio anche quest'indulto di nessun provvedimento.

Questo anche perché la tanto strombazzata emergenza criminalità, oltre ad essere strumentale al potere nella sua sovraesposizione, ha radici ben più profonde di quelle rintracciabili nell'indulto. E francamente non credo neanche che sia con trovate come quelle sui lavavetri - ciecamente repressive, guarda un po' - che vi si dia una risposta neppure temporanea, a meno che non equivalga, per questa sedicente sinistra, ad un tentativo maldestro, e questo sì criminale, di eguagliare e superare la becera destra italiana da destra.

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domenica 23 settembre 2007

Di Grillo, Biagi, Casini e altre oscurità


Non voglio entrare ora nel dibattito che ruota attorno al significato, al ruolo e alle motivazioni di quanto Grillo e i suoi collaboratori stanno in questo momento facendo. Lo farò più avanti, con calma.
C'è però una cosa su cui vorrei riflettere. Grillo è stato pesantemente attaccato, dall'integerrimo Casini e dal giovane Mancuso, per le sue allusioni alla cosiddetta Legge Biagi. Sappiamo tutti che in realtà tale legge non l'ha scritta l'economista ucciso dalle Br, sappiamo però anche che a molte delle sciagurate "intuizioni" di Biagi tale legge deve il suo senso più profondo.
Personalmente ritengo che tale legge sia una legge criminale, e che abbia segnato uno spartiacque profondo sia, banalmente, in tema di diritto del lavoro, sia, per i giovani, nei termini di possibilità concessa alla speranza di futuro, annullando di essa senso e prospettiva. Una legge che ha segnato un prima e un dopo, come Genova, come l'11 settembre.
Ma neppure questo è il punto che più mi interessa.

Quello che trovo intollerabile, è che in questa italietta, barbara e apparentemente innocua, non sia possibile discutere in alcun modo né la figura di Marco Biagi né il suo lavoro, per il solo e semplice fatto che il Professore è stato ucciso dalle Brigate Rosse. Accondiscendere al martirio, concederlo per ostracizzare ciecamente - e ideologicamente - un'analisi sui danni devastanti che la Legge in questione, con la drammatica complicità dei sindacati, ha prodotto nel nostro paese, lo trovo rivoltante.
Non trovo civile, comprensibile né degno, che il lavoro di uno studioso non possa essere contestato, rigettato, ritenuto quanto meno discutibile, se non a prezzo di pelose e interessate stigmatizzazioni oppure ricevendo un'iscrizione d'ufficio nelle quanto mai permeabili liste d'appartenenza dei sostenitori del terrorismo.
Detto in altri, forse più brutali, termini, non è possibile che si ritenga che quanto ha fatto Marco Biagi sia indiscutibile e dotato di immanente valore, solo perché il Professore è caduto per mano delle Br.
Lo trovo francamente folle e inaccettabile. Giusto per usare un paio di eufemismi a caso.

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L'inizio


Questo blog nasce sostanzialmente da un'esigenza. Quella di trovare un modo, forse l'ennesimo, per parlare, confrontarsi e raccontare quella che a nostro modo di vedere è un società, un'umanità e una civiltà al crepuscolo.
E un città, Forlì (la provincia più sovietica dell'Impero) in cui nulla succede per caso, anche se sembra non succedere nulla.

Siamo in due, a fare questo, Lady Vendetta e Old Boy , nomi scelti - evidentemente - per le motivazioni a cui alludono i riferimenti cinematografici.

E quando avremo qualcosa da dire insieme, lo faremo con il moniker CdC (Cronache dal Crepuscolo) , appuntando ai nostri post l'etichetta "Manifesti".

Questo, è l'inizio.

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